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Quella voce

 

Quella voce

di Giuliano Lenni

- a Renato Lenni, mio babbo -

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Tra le nostre foto ne ho scelta una in particolare per ricordare il nostro legame, una vecchia immagine sfocata in bianco e nero tipica degli anni settanta, in cui l'atmosfera serena e dolce di quando ero bambino mi fa sobbalzare in una miscellanea di ricordi gioiosi che hai contribuito a farmi vivere, insieme alla mamma e ai miei fratelli. Non rammento la tua voce di quando mi hai preso in braccio per la prima volta, posso solo immaginare le parole dolci e amorevoli che quella voce hanno espresso. Quella voce che ha determinato in me una trasformazione continua e radicale dell'esistenza, un'eco persistente, un'ombra che ha accompagnato ogni mio passo. Quando un padre se ne va, non muore solo fisicamente. Se ne va anche una parte imprescindibile della tua storia, un frammento insostituibile del tuo essere. È la voce che più rispettavi, il consiglio che magari ignoravi sul momento ma che non dimenticavi mai. Un amore che non sempre riuscivi ad esternare ma lo sentivi senza alcun dubbio, puro e incondizionato. Un padre è una figura di una forza irripetibile, la sua presenza un pilastro. E il giorno in cui quel pilastro crolla, il mondo, pur non finendo, smette di avere lo stesso senso. L'orologio continua a ticchettare, ma il tempo sembra fermarsi in un'eterna sospensione. Gli abbracci e le carezze non hanno più lo stesso calore e quel colpo di tosse si confonde nel ricordo, diventando sbiadito e lontano. Si tratta della scomparsa dell'uomo che ti ha tenuto in braccio, di colui che ha plasmato la tua identità, ti ha insegnato a camminare con fermezza e, inconsapevolmente, ti ha trasmesso anche le sue paure, il suo carattere, i suoi gesti e quel suo modo unico di amare in silenzio. Quell’immagine sfocata mi riporta indietro nella memoria, quando tutti noi non sapevamo ancora quello che ci sarebbe successo nel corso della vita e quando tu avevi forza e fiato per la tua famiglia, nelle buie sere d’inverno davanti al focolare o nelle eterne giornate estive al mare o in montagna. La malinconia mi assale quando ripenso alle tue vicissitudini personali che hanno segnato per sempre il tuo temperamento. Per te la guerra non finì, il tuo babbo non tornò e la tua mamma da quel giorno si spense, piano piano, in un sorriso annebbiato dal pianto. Poi la buona sorte ti sorrise e, d’improvviso, il tuo destino cambiò, concedendoti una rivincita che hai sfruttato appieno. Ora te ne sei andato in quel luogo dove ti saranno concessi tutti gli abbracci e la tenerezza che il destino ti ha negato, con la donna della tua vita e i vecchi amici persi durante la tua lunga esistenza. La fine di ognuno arriva silenziosa e senza pietà, non concede difesa, donandoti infine il meritato riposo e la tua pace. Non ricordo quella voce del tempo in cui ero il bambino della foto sbiadita ma, tra le voci d'altri tempi, la tua mi risuona in mente alta e forte e spero che mi accompagni nella notte tranquilla che mi farà trovare la mia pace.

Com'è andata poi?

 

Com'è andata poi?
Alla sera della vita saremo giudicati sull'amore

di Giuliano Lenni

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“Com’è andata poi?” è una domanda che forse è meglio non fare, poiché non ha una risposta definitiva. Una frase che, quando viene rivolta, genera stupore e panico, quasi smarrimento. Ma certe volte, quando siamo in una situazione particolare, davanti a un buon bicchiere e liberi da ritrosie, vuoi confrontarti con la persona che ha trascorso con te quasi tutta la vita e che conosce di te tante di quelle cose che forse nemmeno te rammenti. Dopo il fatidico quesito si incardina un discorso complicato e incerto, in cui entrambi cercano di rimestare nei propri ricordi, nei più intimi desideri che avevamo e che si sono pian piano dispersi come nuvole all’orizzonte, un battito di ciglia e tutto è diverso da come lo avevi immaginato o sognato. Ti volti dall’altra parte e lasci che le tue aspirazioni seguano una strada diversa, magari ad appannaggio di altre persone che neppure immagini. Puoi restare a braccia aperte ad attendere che il tuo destino ti indichi la via da percorrere, che le stelle di un cielo sereno ti mostrino la via o che l’ebbrezza di in una lunga e calda giornata estiva ti riporti a quel periodo in cui i sogni sembravano realtà, quando il tempo era senza fine e non ti ponevi il problema del domani. Giornate spensierate dell’età adolescente dove sonno, soldi e paure non facevano parte del proprio vocabolario, non esistevano. La vita scorreva minuto per minuto, come dovrebbe essere ora che siamo adulti e ci affrettiamo a rincorrere un prossimo futuro che in fondo non esiste. Potremmo tornare ragazzi, in uno stato di innocenza e indipendenza, lontano dalle responsabilità e dalle complessità dell'età adulta, in cui la scelta della solitudine e della follia potrebbe essere intesa come una fuga da questo mondo, un tentativo di riappropriarsi di un'autenticità perduta. Invece dobbiamo abituarci alla condizione del presente, rimarcando una profonda riflessione sulla condizione umana, sui rapporti tra individuo e società, e sul significato della felicità. “Com’è andata poi?” è una domanda che forse è meglio fare, poiché ti può condurre in una strettoia di ricordi e in un turbinio di sensazioni che ti lasciano perplesso e infelice, ma ti può anche donare la consapevolezza che è andata bene, visto che hai avuto la possibilità di essere qui a rispondere.

Addio all’Autogrill Pavesi


L'Autogrill Pavesi di Montepulciano negli anni '70

Addio all’Autogrill Pavesi

di Giuliano Lenni

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La ragazza, dietro al banco, mescolava birra chiara e Seven-up e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità; come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill, mentre i sogni miei segreti li rombavano via i T.I.R. Ogni volta questa canzone mi riconduce all’Autogrill Pavesi di Montepulciano, ricordandomi una ragazza che lì lavorava negli anni ottanta e che, dalla descrizione, la protagonista del famoso testo di Francesco Guccini potrebbe essere davvero lei. L’Autostrada del Sole, appellativo che già di per sé evoca meraviglia, venne iniziata nel 1956, nel pieno della rinascita italiana dopo le note vicende storiche. Passo dopo passo furono aperte le varie tratte autostradali finché, nel ’64, l’intero percorso entrò nella piena operatività. L’autostrada fu un’opera di grandi proporzioni che, di fatto, segnò l’inizio concreto del progresso di una nazione che si stava risvegliando attraverso il boom economico che, di lì a pochi anni, avrebbe posto la nostra penisola al centro della società internazionale. Un’opera d’avanguardia, figlia di un’Italia operativa e desiderosa di riscatto, in cui l'abilità e la maestria italica si espressero al meglio. Nell’immediato dopoguerra si era sviluppata la necessità di collegare, sia idealmente che materialmente, il popolo italiano e la costruzione di una via lunga 800 chilometri lungo lo stivale, rappresentava un’occasione da non perdere al fine di progredire sia dal lato sociale che da quello economico. La costruzione dell’Autostrada del Sole fu un evento così importante da smuovere grandi interessi economici e coscienze e divenne un punto fermo nella storia d’Italia. Il tratto che attraversa la Valdichiana venne inaugurato nell’estate del 1964 e, tre anni dopo, Mario Pavesi inaugurò “l’Autogrill dei sogni” nato dal geniale architetto Angelo Bianchetti, creando un’attrazione per tutti gli abitanti dell’intera area, tanto da divenire, nel tempo, un punto di riferimento ideale. Famiglie intere si radunavano per veder sorgere quel miracolo di ingegneria e architettura e, chi poteva, scattava qualche foto a futura memoria, per omaggiare la costruzione “più ardita del mondo”. La domenica i genitori portavano i propri figli a comprare oggetti mai visti fino ad allora, rischiando di sbattere contro i lucidi e trasparenti vetri divisori. Con il passare degli anni, pur cambiando nome, la popolazione circostante è rimasta legata alla Pavesi, un luogo ricordato nella vita di molti. Dal 18 ottobre 2021 la Pavesi non c’è più. Quel piccolo sogno americano lascerà spazio a due più funzionali, dicono, strutture moderne. Intanto molte persone, che si sono radunate nei paraggi per seguire le opere di demolizione a significare quasi una veglia ad un compagno di vita, hanno dato un ultimo saluto a quello che è stato un luogo del cuore. Qualcuno dice che sia spuntata anche una lacrima.

 


Sotto l'ala dell'aquila di Giuliano Lenni | Romanzo

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Design e copertina a cura di Agnese Lenni

Sotto l'ala dell'aquila

Romanzo di Giuliano Lenni

Colui al quale confidate il vostro segreto, diventa padrone della vostra libertà.
                                                                          FRANÇOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

Amerigo non avrebbe mai dimenticato il periodo di servizio militare donato alla patria. Il ricordo lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita. Dal primo giorno di addestramento fino al giorno del congedo, passando attraverso periodi trascorsi tra gioie e amore, tra compagni sinceri e giorni spensierati ma anche tra cattive compagnie, crimini e straordinarie bugie. E un segreto da tener dentro fino alla morte.

Sotto l'ala dell'aquila è il nuovo romanzo di Giuliano Lenni, uscito sia in formato cartaceo che eBook.

Un libro in cui si parla di un giovane ufficiale paracadutista che, durante il periodo di leva, si ritrova in un losco giro di traffico di armi tra l'Italia e la ex Jugoslavia, durante la guerra in Bosnia Erzegovina. Una storia in cui si intrecciano amore, amicizia, guerra, crimini e loschi traffici di armi. Il romanzo ha una ritmica veloce e accattivante che porta il lettore ad una lettura immediata del racconto.


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Covid, il giorno dopo


Covid, il giorno dopo
di Giuliano Lenni

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Una bellissima ammalata tricolore sta combattendo contro le avversità di un virus che ancora non è stato ben compreso. Il Covid-19 resta, per molti aspetti, una malattia misteriosa e il dovere di ogni cittadino è quello di rispettare le precauzioni e le regole basilari di pulizia personale per rallentare la diffusione del contagio. La coscienza e l’educazione ci impone di non farsi prendere dalla paura e di tenere lo sguardo dritto verso quello che accadrà, senza patemi. Le scuole di ogni ordine e grado sono state chiuse al fine di evitare il contagio di massa per evitare il collasso del nostro sistema sanitario nazionale. Le restrizioni, necessariamente imposte dal governo, tendono a limitare la libertà di ognuno, anche se non dobbiamo permettere alla paura di cambiare le nostre abitudini, cercando un difficile equilibrio tra la necessità di tutelare la salute ed evitare il rischio di una pandemia e condurre una vita il più possibile normale. Il rallentamento delle attività ha fatto rilevare danni economici già notevoli. I primi settori andati in crisi sono quelli legati al settore turistico, dei trasporti, della ristorazione e di tutte le attività collaterali legate a tale settori, dal commercio all’organizzazione di eventi. Le associazioni di categoria, i sindacati dei lavoratori e gli imprenditori chiedono a gran voce interventi a sostegno delle attività economiche colpite da questa crisi inaspettata che si aggiunge ad una già difficoltosa congettura economica negativa internazionale. Nei periodi di grande emergenza, come quello attuale, la coesione tra tessuto sociale e istituzioni si deve rafforzare, al fine di dare spinte economiche e sociali importanti prima di difficile raggiungimento e oggi velocemente adottabili. Nondimeno, da questa esperienza, dobbiamo trarre insegnamento e regalarci grandi opportunità. Ad esempio lo smart work può far abituare i lavoratori e le aziende a mirare ad un compromesso lavoro e famiglia. La scuola, obbligata a sperimentare la didattica online, può integrare l’attività formativa in aula con strumenti informatici facilmente utilizzabili attraverso la rete, coniugando scuola classica con studio virtuale. La vita ci regala giornate fantastiche e periodi di incertezza e dobbiamo essere noi stessi, con la nostra esperienza e le nostre interconnessioni, a superare le difficoltà per tenerci a galla e trarre ottimismo quando tutto sembra perduto. Ma, appena la bufera passa, il sole torna a splendere e con lui la nostra voglia di vivere e andare avanti facendo del nostro meglio. Teniamo la barra dritta verso il giorno dopo, che prima o poi arriverà, nel quale torneremo alla nostra libertà recuperata e avremo nuova forza per affrontare il futuro.

Quelle campane

quelle campane
di Giuliano Lenni

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Mi ricordo Padre Marco giovane studente del seminario. Non ho un ricordo nitido o preciso, mi sovviene come in un lontano sogno, tanto ero piccolo. La parrocchia era pervasa da giovani provenienti da luoghi diversi, in un momento di aggregazione che ha fatto crescere generazioni di uomini e donne all’ombra del grande cedro posto in mezzo al giardino del chiostro. Anch’io sono un uomo cresciuto lì, ho fatto il chierichetto e ho accompagnato Padre Loi e lo stesso Padre Marco a benedire le case dei parrocchiani prima di Pasqua. Mi rivedo ancora con gli altri bambini a scorrazzare per il chiostro e a tirare i primi calci al pallone nel campetto sterrato, mentre i ragazzi più grandi suonavano e cantavano nelle stanze adiacenti, poste lì a loro uso e consumo in maniera gratuita. A quel luogo sono sempre rimasto affezionato e riconoscente, cosciente del fatto che mi ha offerto la possibilità di crescere con buoni principi e la voglia di prodigarmi anche per il prossimo. Negli anni mi sono allontanato dalla Santa di Montepulciano, ma mai abbastanza da non ritornare lì dove ero cresciuto sereno e felice. Poi l’età adulta mi ha donato una figlia che, guarda caso, ho chiamato Agnese, in onore di quella minuta e fortissima donna che ha costruito e dato il nome al Santuario. Quel 27 aprile le campane suonarono a festa, come in mille e mille altre occasioni. Molte altre volte hanno suonato per i tristi eventi della vita, sempre e comunque ricordando alla comunità che lei era lì, eterna, pronta a consolarci e a cercare di esaudire, per quanto possibile, le nostre richieste. Nel corso del 2017 i pochi frati rimasti al Santuario si sono dati da fare per celebrare i 700 anni dalla morte di Sant’Agnese e, nel 2018, hanno celebrato i 750 anni dalla nascita della Santa. Lo hanno voluto impegnandosi fortemente e coinvolgendo in maniera discreta e silenziosa, come appartiene al loro stile, anche gran parte della cittadinanza poliziana. E poi feste e manifestazioni in onore della Santa accompagnano la vita della città del Poliziano durante tutto l’anno, segno di grande devozione dei cittadini alla loro copatrona. Nell’estate del 2018, un vero e proprio fulmine a ciel sereno, ha squarciato il cielo sopra il Santuario di Sant’Agnese, facendo intravedere la terribile faccia del dragone di fuoco che ancora una volta prova a fermare con tutta la forza del suo alito poderoso la piccola e indifesa Agnese, che oggi non ha più la forza di ostacolarlo. E allora il frutto della sua fede e della sua tenacia, nel costruire pietra su pietra, con estrema fatica e dolore la sua chiesa a futura memoria, sembra esaurirsi in una scelta di uomini poco illuminati dal suo insegnamento. Frati rimossi come pedine su uno scacchiere virtuale, convento chiuso, chiesa chiusa. Ah, sì, diranno di tanto in tanto qualche messa, contentino dovuto. Queste scelte sono frutto non solo di decisioni prese dai padroni del Santuario, come mi è stato riferito personalmente, ma sono frutto anche di questo modaiolo ateismo che sta affossando la nostra cultura e sta portando alla deriva la nostra malata civiltà. Forse non sentiremo più cantare quelle campane, forse le hanno legate per sempre in questo silenzio assordante. Non so se questa mia riflessione cadrà nel vuoto, d’altronde hanno già deciso, ma anche se sarò il solo a pensare che la chiusura del Santuario di Sant’Agnese da Montepulciano sia un errore fatale, voglio provare a difendere questa immensa donna poliziana, proprio in un periodo storico in cui l’altra metà del cielo è presa d’assalto da scellerati preconcetti e odiosi crimini. Voglio fare questo, facendo mia una citazione del Dalai Lama “se pensi di essere troppo piccolo per fare la differenza, prova a dormire con una zanzara”. Non riuscirò a non far dormire sonni tranquilli a chi ha il potere di evitare questo scempio, in compenso io dormirò su un cuscino di seta e libero da fastidi notturni. Non ho desideri da esaudire, ho solo l’urgenza di una breve preghiera: “Campane, vi prego, tornate a suonare”.

Un Bruscello dedicato a Sant'Agnese nel 700 anniversario dalla morte

Immagine correlata
 di Giuliano Lenni
“Buonasera signore e signori, benvenuti al nostro bruscello…”. Inizia con questa ormai celebre frase il Bruscello Poliziano, che va in scena all’ombra del maestoso Duomo di Piazza Grande. Infatti, è dal lontano 1939 che la Compagnia Popolare del Bruscello propone, nelle calde sere di mezza estate, questo classico spettacolo derivante dall’antica cultura contadina, la quale ci regala ancora una volta una tradizione popolare che è, di fatto, uno spaccato di vita quotidiana dei tempi andati che, grazie all’impegno costante dei “bruscellanti”, resiste ancora oggi viva e lucida anche nella mente dei giovani, deputati a tramandare ai posteri gesta e storie raccontate in versi di Pia dei Tolomei, Margherita da Cortona, Ghino di Tacco, Giulietta e Romeo, Il Poliziano, Sant’Agnese, tanto per citarne alcuni, in un intreccio d’amori, battaglie e leggende. Il termine Bruscello deriva dalla trasformazione popolare della parola arboscello, che era ed è tuttora l’elemento decorativo e simbolico della rappresentazione. Il territorio di Montepulciano è da secoli una culla di tradizioni legate al festeggiamento di ricorrenze particolarmente sentite dal popolo e riconducibili alla vita terrena dell’uomo nella sua campagna, da cui dipendevano stagione dopo stagione e, proprio il Bruscello, è forse la rappresentazione più sentita di quel tempo che fu. Il Bruscello delle origini veniva cantato in momenti di svago, quando, gruppi di giovani, in tempo di Quaresima o durante il Carnevale, andavano di podere in podere, o agli incroci, o sui sagrati delle chiese, dove si ritrovava la gente, improvvisando scene guerresche o d’amore, che ammaliavano tutti coloro che vi assistevano e che, dopo una scenetta drammatica o divertente, donavano denari o vettovaglie con le quali gli improvvisati e divertenti attori organizzavano una grande festa finale. I vari personaggi che si intersecavano nella storia, sia maschili che femminili, erano interpretati da uomini, e i testi venivano cantati con la evocativa musica dall’organetto, accompagnato dai tamburi, violini, chitarre e flauti. I Bruscelli, che andavano in scena principalmente nei giorni festivi, vedevano i bruscellanti, arrivare in corteo al podere, nella piazza principale del paese, sul sagrato della chiesa o ad un incrocio, con in testa il “Vecchio del Bruscello”, che portava l’arboscello, seguito dai musicisti. I bruscellanti, disponendosi in semicerchio, cantavano in coro e da soli secondo l’argomento. Dopo aver fatto divertire tutti i convenuti con sberleffi e battute, o averli commossi con storie tragiche, all’ombra dell’arboscello che drizzavano al centro, la compagnia si trasferiva in un'altra sede con allegria e spensieratezza. Le storie che venivano interpretate nel Bruscello erano molto sentite dagli spettatori, che prendevano parte alla recita imparando a memoria le frasi recitate dai bizzarri attori, schierandosi a favore di un personaggio o di un altro, favorendo di solito chi aveva subito il torto o l’ingiustizia dall’arrogante e potente signore. Questo sistema di “fare il Bruscello” è durato fino alla fine degli anni ’50, quando la Valdichiana è rimasta orfana delle grandi famiglie e dei molti abitanti che affollavano i poderi, dopodiché le tradizioni popolari sono scomparse o hanno dovuto trasferirsi dentro le mura cittadine. Ciò vale solo in parte per il Bruscello poliziano, che è sopravvissuto allo spopolamento delle campagne per aver compiuto una fondamentale operazione di avanguardia, trasferendosi in Piazza Grande nel 1939 iniziando ad evolversi e quindi continuando a vivere al di là della scomparsa della tradizione; giungendo fino a noi mutato sì nella scenografia, nei costumi, per la presenza delle luci, etc., ciò fu necessario per andare incontro alle necessità di un pubblico più vasto ed esigente, diventando così spettacolo a volte epico, a volte drammatico, a volte farsesco, con episodi creati dalla fantasia popolare o realmente accaduti, attinenti alla storia o alla letteratura, ma rimanendo comunque legato alla sostanza dei temi che da sempre hanno alimentato la fantasia popolare e che rimangono il vero amalgama della continuità della tradizione popolare. Con il tempo, soprattutto per opera di don Marcello, i testi si sono arricchiti di nuove storie e avvenimenti, accompagnati dalla stessa musica costruita su motivi tradizionali, una sorta di cantilena presente in tutte le rappresentazioni popolari della Toscana e plasmabile sulle varie interpretazioni a secondo dell’inflessione della voce, modulata ad arte dal cantastorie, dallo storico e dagli attori a buon bisogno. Il sopra citato “Vecchio del Bruscello”, che era il personaggio di spessore della compagnia, portava l’arboscello e introduceva la storia dando inizio alla rappresentazione, con il tempo è stato sostituito dal “cantastorie” e dallo “storico” che sono divenuti i personaggi su cui ruota tutta la compagnia degli attori e delle comparse. Il più famoso cantastorie del Bruscello Poliziano è stato Arnaldo Crociani, conosciuto con il soprannome di “osso”, un personaggio che ha segnato in modo indelebile la storia del Bruscello, così come lo storico Alfiero Tarquini, che ha sostituito il babbo Angiolino detto “fagiolino”, presente fin dalla prima edizione. “Un ricordo particolare va ad un grande personaggio che la Compagnia del Bruscello incontrò arrivando nella piazza principale della città: Fausto Romani, meglio conosciuto come “Mence”, un baritono dallo splendido timbro vocale che per lungo tempo è stato il protagonista maschile di tutti i Bruscelli, realizzando anche le scenografie di molti allestimenti” (cit. Mario Morganti). La famiglia Romani, dopo il Mence, è rimasta legata in modo costante al Bruscello con suo nipote Franco, il “pipas”, oggi regista, scenografo e dirigente della Compagnia. Franco è stato presidente dell’Istituto Comunale di Musica e del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, fondatore e direttore artistico dell’Arteatro Gruppo è l’ideatore del premio poliziano alla cultura “Sganarello d’oro” ed è autore di diversi spettacoli per bambini oltre che del Bruscello del 1998, “Del Pecora”. Da segnalare Sant’Agnese la Santa di Montepulciano, messo in scena per onorare il settimo centenario della morte dell’amata Santa Poliziana. Franco Romani ha diretto l'ennesima rappresentazione popolare sotto forma di Bruscello, che ha visto alla regia Marco Mosconi, al debutto in questa veste. Sono sicuro che alla fine dello spettacolo, il cantastorie congederà il pubblico, come fa da sempre con la celebre strofa: “Buonanotte, voi giù che ascoltate, per quest’anno il Bruscello è finito. Grazie a tutti, signori, e scusate, se un po’ tardi vi mando a dormir. Ecco termina il dramma ed il canto, che avrà fatto gioir più d'un cuore; forse è troppa la gioia, poco il pianto ma è la vita ch'è fatta così!”. Così dicendo, farà calare il sipario sull’ultimo spettacolo andato in scena, dando spazio ai Bruscelli futuri, nel segno della continuità e della storia della tradizione popolare legata alla nostra terra e alla nostra civiltà.

Un altro agosto è andato

un altro agosto è andato
di Giuliano Lenni

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Il lunedì sera dopo l’ultima domenica di agosto, a Montepulciano, non c’è l’affollamento della settimana precedente e chi va a passeggio per le vie del centro storico, lo fa quasi stupito dall’esigua presenza di poliziani e di turisti. La settimana del Bravìo delle Botti rappresenta il culmine dei festeggiamenti estivi, iniziati con il Cantiere d’Arte e passati attraverso il Bruscello ed altre feste in Piazza Grande. In quei giorni si incontrano vecchi amici emigrati altrove e persone che non vedi mai durante l’anno, cosicché si creano situazioni piacevoli e chiacchierate improvvise, saluti, strette di mano e piacevoli ricordi di tempi andati. Tuttavia non è difficile imbattersi in situazioni piacevoli neppure dopo l’affollamento estivo, come è successo a me che mi sono seduto sugli scalini di Sant’Agostino a godermi un po’ di venticello fresco dopo la calura della giornata. Due giovani canadesi, un ragazzo ed una ragazza, si sono seduti dietro di me. Subito dopo è arrivato un anziano e noto signore poliziano che, a sua volta, si è fermato a riposarsi all’ombra di Pulcinella, attento alle persone che gironzolavano intorno a lui. D’un tratto l’omino ha cominciato a parlare con i due canadesi in toscano stretto. I due non si sono affatto intimoriti e, fra mezze parole miste tra inglese e italiano e aiutandosi con i gesti, hanno cominciato a gradire quell’improvvisa chiacchierata estiva. “Di dove venite? – dice lui a voce alta – forse pensando di farsi capire meglio. E il ragazzo “Noi venire da Canada, tu conosci Canada? – “No no, io so' stato solo in Russia e in Germania, ma qui in Italia è meglio, si beve bene, si mangia bene e si sta bene! – “Anche Canada è bene…- Sie, lì fa sempre freddo, c’è la neve…, qui si sta bene, senti che arietta? – Ma lei è la tu' moglie? – No mia ragazza, noi no sposati, fidanzati – E che vi ci vòle, qui c’è la chiesa di Sant’Agostino, domattina venite dal prete e vi fate sposa', state così bene assième! E giù a ridere più lui di quei due bei giovani. D’un tratto – L’avete mangiati i pici? Con un bel bicchiere di vino rosso so' la meglio cosa che poi mangia' a Montepulciano. E lei, - Sì noi mangiato pici, molto buoni, anche pizza e insalata? – No eh, la pizza è da ragazzi e l’insalata noi si dà a coniglioli. Qui si mangia bene i pici, la bistecca e i fagioli, fatevelo di' da uno che sta roba la mangia da ottantanni! E il ragazzo – Io vado a prendere gelato, tu vuoi gelato? – Eh, quasi quasi lo piglio anch’io, però offro io che voi sete forestieri! Okay grazie, risponde imbarazzata la ragazza. E lui ribatte – Io il gelato l’offrirei solo a te che se' bellina, parecchio meglio di lui! E giù risate un’altra volta! Io ascoltavo e dentro me ridevo, pensando a quanto sia ospitale il popolo toscano, che con la sua generosità e schiettezza mette a proprio agio qualsiasi persona da ovunque provenga. Dopo aver mangiato il gelato il dialogo continuò tra risate e gesti, finché il canadese disse – In Italia avere molta crisi... La risposta dell’omino fu spiazzante, per i ragazzi ma anche per me che stavo ascoltando la conversazione – In Italia un c’è la crisi, è che fra di noi un ci si vòle più bene, un ci s’aiuta più. A' mi tempi, nel dopoguerra, tutte le famiglie e le persone s’aiutavano e si doventò tutti ricchi, ora quei pochi guadrini tocca riposalli tutti per mantene' e nepoti. Se ci s’aiutasse di più invece di pensa' solo a' soldi, la crisi un ci sarebbe. Ma l’italiani so bravi, hanno passato altro che questo! – Il ragazzo canadese capì benissimo cosa intendesse l’anziano signore che aveva di fronte e, con educazione e con due leggere pacche sulle spalle, lo salutò e se ne tornò in albergo con la sua amata, conscio di aver avuto una lezione che forse non scorderà mai. Anch’io mi incamminai verso casa ripensando a quello parole dette da chi ha vissuto a lungo e vede le cose più semplicemente, senza sovrastrutture, capendo che oggi ad alimentare la crisi sono più gli atteggiamenti che la reale difficoltà economica. Un altro agosto è andato, speriamo che il prossimo ci colga più felici di questo appena trascorso. Quel maggior bene tra di noi, a cui alludeva l’omino, potrebbe essere davvero la chiave di volta per una vita più serena e tranquilla.

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