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Il nuovo villaggio globale

 

Il nuovo villaggio globale

di Giuliano Lenni

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Gli scontri ideologici, verbali e persino digitali che catturano la nostra attenzione nel mondo iperconnesso non fanno che appesantire ulteriormente questo periodo di incertezza globale, generando ansia e divisioni tra gli utenti dei social media e gli spettatori di piattaforme di informazione spesso polarizzate. La disinformazione e le bolle informative alimentano, a volte in modo algido e manipolatorio, l’ostilità tra fazioni contrapposte. D’altronde la digitalizzazione e la globalizzazione 2.0 permeano ogni aspetto del nostro quotidiano e chi non si adegua ai trend e ai codici comunicativi dominanti online rischia l'isolamento sociale e professionale. Per "stare al passo", si tende a utilizzare meme, reel e hashtag che appiattiscono il pensiero, insieme a un inglese globalizzato spesso superfluo, che rischia di erodere le sfumature e la ricchezza delle nostre lingue, un tempo baluardo delle identità culturali. Il turismo, pur con una crescente attenzione alla sostenibilità da parte di alcuni, vede ancora un’ampia offerta di esperienze standardizzate e "instagrammabili": resort all-inclusive, crociere e tour preconfezionati che spesso sorvolano l'autenticità dei luoghi, privilegiando comfort occidentali e opportunità fotografiche da condividere sui social network. La ricerca di "like" e di una "vita da influencer" può oscurare la profondità della storia e della cultura locale. Nei supermercati e nelle piattaforme di e-commerce, la disponibilità di prodotti da ogni angolo del pianeta, pur offrendo varietà, continua a sfidare i produttori locali e le filiere corte, con un impatto sul turismo enogastronomico autentico, che fatica a competere con la logistica e il marketing delle multinazionali. Ironia della sorte, mentre cerchiamo ingredienti esotici, i piatti tradizionali rischiano di diventare "di nicchia" o attrazioni turistiche per visitatori stranieri. I contenuti di intrattenimento globali, dalle serie TV in streaming ai videogiochi, dai fast food alle catene di abbigliamento, continuano a diffondere modelli culturali spesso distanti dalle nostre radici. L'omogeneizzazione del gusto e dello stile di vita è una sfida costante per la preservazione delle identità locali. L'aspetto più controverso della globalizzazione rimane la disparità economica. Sebbene la consapevolezza della povertà globale sia aumentata grazie alla comunicazione istantanea e alle campagne di sensibilizzazione online, l'efficacia degli interventi e la reale volontà politica di affrontare le radici del problema rimangono oggetto di dibattito. La cooperazione internazionale e gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono spesso ostacolati da interessi geopolitici ed economici divergenti, accentuati da politiche protezionistiche come quelle sui dazi implementate durante l'amministrazione Trump, che hanno riacceso tensioni commerciali e messo in discussione l'efficacia del multilateralismo. Queste azioni, insieme alle crescenti preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la sovranità economica, hanno contribuito a frammentare ulteriormente il panorama globale, rendendo più difficile la costruzione di un futuro equo e sostenibile. La speranza che il disagio di chi si sente alienato da questo sistema globale non sfoci in radicalizzazioni online e offline, in teorie del complotto e in forme di protesta violenta, risiede ancora nella possibilità di costruire un modello di globalizzazione più inclusivo e rispettoso delle diversità, dove il progresso economico vada di pari passo con la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale. La sfida è trasformare la rabbia e la frustrazione in un impegno costruttivo per un futuro più equo e consapevole.



Covid: il buon pastore

Gesù, il buon pastore. Mausoleo di Galla Placidia-Ravenna


Covid: il buon pastore

di Giuliano Lenni

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Giuseppe era tornato da poco in Italia dopo aver trascorso quasi cinquant’anni della propria vita al servizio dei più bisognosi, nella magnifiche e tormentate terre d’Africa. Aveva avuto la passione di aiutare il prossimo fin dall’infanzia quando, meravigliando parenti e amici, si dava un gran daffare per dare una mano nelle faccende domestiche alla madre e nei lavori di campagna al padre. Era nato in una bellissima giornata di aprile del 1945, proprio al termine della seconda guerra mondiale, da una famiglia che possedeva una cascina alle pendici della grande montagna. Si era dimostrato da subito un bambino assennato, sensibile ed educato e, a scuola, studiava con piacere e profitto, seppur al lume di candela, e la maestra lo adorava. Era davvero un bambino speciale. Terminate le elementari avrebbe dovuto intraprendere il lavoro del padre, un uomo atto ai lavori di campagna che gli permettevano di mantenere agiatamente la propria famiglia. Ma lui, Giuseppe, aveva un’ambizione più grande, sembrava che volesse alleviare le sofferenze del mondo. Si confidò con il parroco del piccolo paese arroccato a mezzacosta che, dapprima con stupore e poi con meraviglia, lo introdusse nel mondo del seminario, certo che il giovane sarebbe divenuto un buon pastore di anime. La famiglia non osteggiò la volontà del ragazzo, da sempre ben educato ma fortemente deciso e irremovibile sulle proprie decisioni. Passarono dieci lunghi anni di studio e, alla fine, don Giuseppe aveva coronato il suo sogno. Partì come missionario in Africa nel 1970, comprendendo che il suo servizio sacerdotale avrebbe avuto maggior impatto in quelle povere terre che in Italia dove già si respirava l’aria di opulenza, conseguenza del boom economico. Tra mille peripezie e combattendo ogni giorno a fianco di quelle povere e deboli persone, si era abituato a guardare dritta in faccia la morte, che certe volte gli sembrava un dono di Dio, visto che alleviava dolore e sofferenza, trasformando quei volti dolenti in facce distese e quasi sorridenti. Ormai alla soglia della vecchiaia il pastore decise che era arrivato il momento di tornare al suo paese di origine anche se, ormai, nessun familiare era più in vita. Voleva trascorrere proprio lì, dove tutto era cominciato, gli ultimi anni della propria vita. Il nuovo anno, il 2020, era iniziato sotto i migliori auspici e don Giuseppe trascorreva le sue giornate in solitudine, leggendo libri e raccogliendo pensieri inerenti la sua vita trascorsa ad aiutare gli altri, senza televisore o computer, strumenti che non amava e ai quali non era abituato. Un giorno di marzo scese al paese per fare una sosta al solito bar, per sorseggiare un buon caffè d’orzo e fare due chiacchiere con il proprietario. “Ha sentito don Giuseppe che disastro questo Corona virus?”, disse il barista. Il prete sobbalzò, non sapeva nulla, cadde dalle nuvole. Allora il barista gli porse il giornale dove compariva un articolo di un giornalista locale: “Una bellissima ammalata tricolore sta combattendo, oggi come ieri, contro le avversità di un evento che ancora non è stato ben compreso, che diverrà epocale grazie alla storia che ce lo racconterà. Il 2020, un normale anno bisestile, è cominciato nel modo che nessuno si sarebbe aspettato. Un terribile virus, denominato Covid-19 resta, per molti aspetti, una malattia misteriosa e il dovere di ogni cittadino è quello di rispettare le precauzioni e le regole basilari di pulizia personale per rallentare la diffusione del contagio. La coscienza e l’educazione ci impone di non farsi prendere dalla paura e di tenere lo sguardo dritto verso quello che accadrà, senza patemi. Le scuole di ogni ordine e grado sono state chiuse al fine di evitare il contagio di massa per evitare il collasso del nostro sistema sanitario nazionale. Le restrizioni, necessariamente imposte dal governo, tendono a limitare la libertà di ognuno, anche se non dobbiamo permettere alla paura di cambiare le nostre abitudini, cercando un difficile equilibrio tra la necessità di tutelare la salute ed evitare il rischio di una pandemia e condurre una vita il più possibile normale. Il rallentamento delle attività ha fatto rilevare danni economici già notevoli. I primi settori andati in crisi sono quelli legati al settore turistico, dei trasporti, della ristorazione e di tutte le attività collaterali legate a tale settori, dal commercio all'organizzazione di eventi. Le associazioni di categoria, i sindacati dei lavoratori e gli imprenditori chiedono a gran voce interventi a sostegno delle attività economiche colpite da questa crisi inaspettata che si aggiunge ad una già difficoltosa congettura economica negativa internazionale. Nei periodi di grande emergenza, come quello attuale, la coesione tra tessuto sociale e istituzioni si deve rafforzare, al fine di dare spinte economiche e sociali importanti prima di difficile raggiungimento e oggi velocemente adottabili. Nondimeno, da questa esperienza, dobbiamo trarre insegnamento e regalarci grandi opportunità. Ad esempio lo smart work può far abituare i lavoratori e le aziende a mirare ad un compromesso lavoro e famiglia. La scuola, obbligata a sperimentare la didattica online, può integrare l’attività formativa in aula con strumenti informatici facilmente utilizzabili attraverso la rete, coniugando scuola classica con studio virtuale. La vita ci regala giornate fantastiche e periodi di incertezza e dobbiamo essere noi stessi, con la nostra esperienza e le nostre interconnessioni, a superare le difficoltà per tenerci a galla e trarre ottimismo quando tutto sembra perduto. Ma, appena la bufera passa, il sole torna a splendere e con lui la nostra voglia di vivere e andare avanti facendo del nostro meglio. Teniamo la barra dritta verso il giorno dopo, che prima o poi arriverà, nel quale torneremo alla nostra libertà recuperata e avremo nuova forza per affrontare il futuro”. Letto d’un fiato l’articolo, il buon prede quasi cadde sulla sedia del piccolo bar. D’improvviso gli tornarono in mente le pestilenze che aveva dovuto affrontare nella sua lunga carriera, da missionario, ed un brivido gli percorse la schiena partendo dalla testa. Tutto si sarebbe aspettato, ma non il fatto di dover rivivere le angosce dei tormentati giorni africani. Intanto il bar si era affollato di un piccolo gruppo di amici che parlottavano fra se degli eventi che stavano sconvolgendo la loro zona e neppure si accorsero del vecchio prete che, pensieroso, finiva di sorseggiare il suo caffè d’orzo. Tornò pian piano verso la sua cascina e trascorse il resto della giornata ripercorrendo la sua vita con gli occhi socchiusi e lucidi di pianto. Tre giorni dopo, appena consumata la sua solita frugale colazione, don Giuseppe si sentì le gambe pesanti e un leggero mal di gola lo tormentava. Misurò la temperatura, trentasette gradi e sette. Il fiato si fece corto e subito chiamò il proprio medico condotto che, per fortuna, era vicino al luogo in cui viveva il vecchio parroco e giunse appena in tempo per chiamare l’ambulanza. Don Giuseppe si ritrovò, d’improvviso, in una grande camerata d’ospedale disteso supino nel letto e con i sanitari, tutti ben protetti da camice, mascherina e guanti che eseguivano su di lui le operazioni di routine per fermare quella maledetta infezione. Il prete aveva ripreso a respirare bene e avrebbe voluto elogiare quei giovani medici e infermieri che, a rischio della propria vita, lo stavano aiutando a recuperare la salute ma, non potendo parlare, cercava i loro occhi che comparivano di tanto in tanto dagli occhiali protettivi così che la sua sensibilità lo fece sprofondare in una stato d’improvvisa depressione. Percepire tutte quelle persone di fianco a lui, sofferenti e disperate, gli toglieva la voglia di vivere, capì che era esausto. La situazione, dentro di lui, precipitò quando sentì il medico del reparto che, rivolgersi a due suoi collaboratori con un gesto di resa, affermò che in corsia non avevano più respiratori e che un giovane stava soffrendo disumanamente in attesa della morte. Don Giuseppe sbarrò gli occhi e poi li socchiuse, la sua mente si affollò di visioni lontane, persone disperate che erano morte di fronte a lui, quasi sorridendo nella consapevolezza del termine del dolore fisico e della tanto aspirata pace. Con un gesto chiamò il medico e con un filo di voce gli sussurrò qualcosa. Il respiratore passò da don Giuseppe a Davide, un giovane operaio di 27 anni con moglie e figlioletta di 3 anni che lo aspettavano a casa. Il respiro di don Giuseppe si fece sempre più flebile mentre qualcuno lo osservava da lontano, piangendo. Lui incrociò quello sguardo, gli ricordava se stesso, si lasciò andare abbozzando un ultimo sorriso.
Concorso letterario Il tempo sospeso Decameron 2020-Temperino rosso

Covid, il giorno dopo


Covid, il giorno dopo
di Giuliano Lenni

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Una bellissima ammalata tricolore sta combattendo contro le avversità di un virus che ancora non è stato ben compreso. Il Covid-19 resta, per molti aspetti, una malattia misteriosa e il dovere di ogni cittadino è quello di rispettare le precauzioni e le regole basilari di pulizia personale per rallentare la diffusione del contagio. La coscienza e l’educazione ci impone di non farsi prendere dalla paura e di tenere lo sguardo dritto verso quello che accadrà, senza patemi. Le scuole di ogni ordine e grado sono state chiuse al fine di evitare il contagio di massa per evitare il collasso del nostro sistema sanitario nazionale. Le restrizioni, necessariamente imposte dal governo, tendono a limitare la libertà di ognuno, anche se non dobbiamo permettere alla paura di cambiare le nostre abitudini, cercando un difficile equilibrio tra la necessità di tutelare la salute ed evitare il rischio di una pandemia e condurre una vita il più possibile normale. Il rallentamento delle attività ha fatto rilevare danni economici già notevoli. I primi settori andati in crisi sono quelli legati al settore turistico, dei trasporti, della ristorazione e di tutte le attività collaterali legate a tale settori, dal commercio all’organizzazione di eventi. Le associazioni di categoria, i sindacati dei lavoratori e gli imprenditori chiedono a gran voce interventi a sostegno delle attività economiche colpite da questa crisi inaspettata che si aggiunge ad una già difficoltosa congettura economica negativa internazionale. Nei periodi di grande emergenza, come quello attuale, la coesione tra tessuto sociale e istituzioni si deve rafforzare, al fine di dare spinte economiche e sociali importanti prima di difficile raggiungimento e oggi velocemente adottabili. Nondimeno, da questa esperienza, dobbiamo trarre insegnamento e regalarci grandi opportunità. Ad esempio lo smart work può far abituare i lavoratori e le aziende a mirare ad un compromesso lavoro e famiglia. La scuola, obbligata a sperimentare la didattica online, può integrare l’attività formativa in aula con strumenti informatici facilmente utilizzabili attraverso la rete, coniugando scuola classica con studio virtuale. La vita ci regala giornate fantastiche e periodi di incertezza e dobbiamo essere noi stessi, con la nostra esperienza e le nostre interconnessioni, a superare le difficoltà per tenerci a galla e trarre ottimismo quando tutto sembra perduto. Ma, appena la bufera passa, il sole torna a splendere e con lui la nostra voglia di vivere e andare avanti facendo del nostro meglio. Teniamo la barra dritta verso il giorno dopo, che prima o poi arriverà, nel quale torneremo alla nostra libertà recuperata e avremo nuova forza per affrontare il futuro.

L'ombra del lupo


L’ombra del lupo
di Giuliano Lenni

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Il cacciatore fu trovato cadavere con ancora il fucile stretto tra le mani. Nel volto una smorfia di dolore e una profonda ferita sul collo spezzato. L’impronta dei denti aguzzi non dava adito ad errate interpretazioni. Era stato il violento morso di un lupo a causarne la morte. Ma come era successo visto che il corpo si trovava all’interno di un capanno da caccia, con la porta chiusa dall’interno? Qualche tempo prima, in una fessura rocciosa del fitto bosco, un lupo femmina e il suo compagno, avevano visto nascere i loro cinque lupacchiotti, due maschi e tre femmine. Dopo la primavera i cinque fratellini erano divenuti già robusti e in grado di gestirsi da soli nella fitta boscaglia. Ad autunno avrebbero già cominciato a cacciare con gli adulti e, pertanto, dovevano essere catturati prima per venderli agli zoo che ne facevano costante richiesta. L’estate era inoltrata ed il caldo umido invadeva la prateria che conduceva verso il fitto bosco. I cacciatori erano in tre e procedevano in fila indiana, accompagnati da un piccolo cane segugio adatto a seguire le piste delle lepri.  Erano tre esperti bracconieri che andavano in cerca di giovani lupi da rivendere a buon prezzo ai proprietari di zoo che gliele avevano richiesti. Si soffermarono e si voltarono indietro per vedere il percorso che avevano fatto fino ad allora, approfittarono per bere un sorso di acqua dalle borracce. Poi si inoltrarono nella fitta boscaglia e cominciarono a fare attenzione ai vari elementi che li avrebbero condotti nei pressi del luogo in cui i lupi gravitavano. Avevano il fucile ma non era loro intenzione usarlo, lo portavano solo per necessità in caso di difesa. Quello che a loro interessava era la cattura dei lupacchiotti che avevano la giusta età per essere venduti. Passarono la mattina a osservare il bosco, facendo attenzione ai dettagli che potevano svelare la presenza dei lupi. Il segugio, abituato a seguire l’odore delle lepri, non era di molto aiuto, anche se a volte si fermava e fissava un punto, come se avesse sentito un rumore che aveva attratto la sua attenzione. I tre, verso mezzogiorno, si fermarono in una piccola radura, per consumare velocemente il pasto che si erano portati da casa. Pane e prosciutto, formaggio e, per finire, un bel caffè ancora caldo nel thermos. Anche il piccolo segugio ebbe la sua razione di pranzo, oltre a qualche bocconcino che i cacciatori gli offrivano di tanto in tanto. Dopo la breve pausa ripartirono alla ricerca delle tracce. Il caldo soffocante costringeva i tre uomini a frequenti brevi soste, per respirare e bere un sorso d’acqua, mentre il loro segugio sembrava non stancarsi mai e, loro, lo guardavano ammirati e divertiti. Verso l’imbrunire, non avendo ancora trovato tracce dei lupi, gli uomini decisero di organizzarsi per trascorrere la notte nel bosco, avrebbero avuto un po’ di refrigerio almeno. Piazzarono i tre sacchi a pelo e la coperta per il loro fedele amico sotto ad una grande sporgenza della roccia, si tolsero gli stivali e i pantaloni e si sdraiarono per riposarsi da quella faticosa giornata. Non potendo accendere il fuoco o cucinare alcunché, per non farsi scoprire dai furbi lupi, mangiarono pane e salumi che avevano nel tascapane, concedendosi una birra ciascuno. Il segugio, anche lui sazio, se ne stava accucciato sulla sua coperta, mentre gli uomini parlavano a bassa voce, stiracchiandosi sorridendo. La notte trascorse nel dormiveglia, visto che, di tanto in tanto, il cane abbaiava all’improvviso, svegliando di soprassalto i tre cacciatori che già dormivano poco volentieri in quel fitto bosco ricolmo di rumori strani. Alle prime luci dell’alba i quattro erano già vestiti e pronti per il secondo giorno di ricerca. Il cane partì di corsa per una sgambata mentre i cacciatori, zaino in spalla, presero i fucili e proseguirono verso la vetta della montagna. Ne avevano di strada da fare. Arrivati verso la parte più alta della montagna si fermarono per riprendere fiato e per mangiare una po’ di cioccolata, che avrebbe garantito loro gli zuccheri per la fatica che stavano facendo. D’un tratto videro correre il loro fedele segugio verso un picco poco distante. Si allarmarono e corsero anche loro per vedere cosa avesse destato l’attenzione del cane. Arrivati in prossimità dello strapiombo notarono due grossi lupi immobili su una roccia con cinque lupacchiotti che stavano giocando. In quel mentre sopraggiunse il segugio che, avendo visto i piccoli, cercava di attrarre la loro attenzione per divertirsi con loro. Ma il lupo maschio non era d’accordo con il piccolo segugio e, con un balzo, lo raggiunse e, con un solo morso, lo uccise, trasportandolo poi nella tana. Sarebbe stato lui il pasto della famiglia dei lupi per quella giornata. I tre cacciatori rimasero impietriti da quella scena. Ma non fecero nulla, ormai il cagnolino si era sacrificato per loro, che avevano avuto così la possibilità di scovare il rifugio dei lupi. Nel pomeriggio, facendo attenzione a non fare il più piccolo rumore, i tre bracconieri piazzarono le reti nei punti strategici, in modo da catturare più lupacchiotti possibile e, poi, andarsene. A turno, i tre cacciatori, rimasero di vedetta nei pressi della tana, in modo da allarmare gli altri allorché i lupi fossero usciti dal nascondiglio dopo il riposo pomeridiano. Verso le sei del pomeriggio la famigliola uscì dalla tana. Il cacciatore più anziano sparò a mamma lupa che, dopo una breve fuga, si sdraiò a terra ferita a morte. I cinque lupacchiotti corsero via atterriti, ma caddero miseramente nelle trappole poste dai cacciatori così da rimanere tutti prigionieri. I tre cacciatori si guardarono intorno, non vedevano più il grosso maschio e questo era un buon motivo per restare preoccupati. Nonostante la paura i tre cacciatori sedarono i cinque fratellini e li deposero in apposite reti per poi andarsene il più velocemente possibile lontano da quel luogo terribile. Quando, verso notte, furono fuori dal bosco si fermarono ansimando, e si gettarono a terra esausti, felici per il grosso colpo portato a termine ma con un ombra nel cuore per aver perso il loro segugio. Prima di ripartire uno dei cacciatori, il proprietario del cane ucciso dal lupo, chiese agli altri due di trasportare i lupacchiotti verso le gabbie che li attendevano nel furgone lasciato ai margini del bosco. Lui sarebbe tornato per finire il lavoro iniziato. Voleva uccidere il grosso maschio che aveva azzannato il suo piccolo amico a quattro zampe e voleva farlo da solo. I due amici lo implorarono di non tornare da solo lassù, ma egli fu irremovibile. In men che si dica il cacciatore fu nuovamente nel luogo del misfatto e, nottetempo, costruì un piccolo capanno con i pezzi di legno trovati in loco. Chiusosi all’interno del capanno si rilassò, caricò il fucile a pallettoni e si mise in attesa di completare il suo lavoro. Di tanto in tanto il bosco emetteva strani suoni che destavano la sua attenzione, la luna piena favoriva una buona visuale del sottobosco e non avrebbe certo mancato la sagoma del lupo, appena ne avesse avuta la possibilità. Voleva a tutti i costi vendicare il suo cane. Si appisolò un attimo e si risvegliò di soprassalto, stanco ma determinato. Scorse un’ombra sopra la sua testa e rabbrividì. Era troppo tardi. 
"Il Racconto nel Cassetto"
Premio Città di Villaricca XV Edizione (SEZIONE RACCONTI)

Un Bruscello dedicato a Sant'Agnese nel 700 anniversario dalla morte

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 di Giuliano Lenni
“Buonasera signore e signori, benvenuti al nostro bruscello…”. Inizia con questa ormai celebre frase il Bruscello Poliziano, che va in scena all’ombra del maestoso Duomo di Piazza Grande. Infatti, è dal lontano 1939 che la Compagnia Popolare del Bruscello propone, nelle calde sere di mezza estate, questo classico spettacolo derivante dall’antica cultura contadina, la quale ci regala ancora una volta una tradizione popolare che è, di fatto, uno spaccato di vita quotidiana dei tempi andati che, grazie all’impegno costante dei “bruscellanti”, resiste ancora oggi viva e lucida anche nella mente dei giovani, deputati a tramandare ai posteri gesta e storie raccontate in versi di Pia dei Tolomei, Margherita da Cortona, Ghino di Tacco, Giulietta e Romeo, Il Poliziano, Sant’Agnese, tanto per citarne alcuni, in un intreccio d’amori, battaglie e leggende. Il termine Bruscello deriva dalla trasformazione popolare della parola arboscello, che era ed è tuttora l’elemento decorativo e simbolico della rappresentazione. Il territorio di Montepulciano è da secoli una culla di tradizioni legate al festeggiamento di ricorrenze particolarmente sentite dal popolo e riconducibili alla vita terrena dell’uomo nella sua campagna, da cui dipendevano stagione dopo stagione e, proprio il Bruscello, è forse la rappresentazione più sentita di quel tempo che fu. Il Bruscello delle origini veniva cantato in momenti di svago, quando, gruppi di giovani, in tempo di Quaresima o durante il Carnevale, andavano di podere in podere, o agli incroci, o sui sagrati delle chiese, dove si ritrovava la gente, improvvisando scene guerresche o d’amore, che ammaliavano tutti coloro che vi assistevano e che, dopo una scenetta drammatica o divertente, donavano denari o vettovaglie con le quali gli improvvisati e divertenti attori organizzavano una grande festa finale. I vari personaggi che si intersecavano nella storia, sia maschili che femminili, erano interpretati da uomini, e i testi venivano cantati con la evocativa musica dall’organetto, accompagnato dai tamburi, violini, chitarre e flauti. I Bruscelli, che andavano in scena principalmente nei giorni festivi, vedevano i bruscellanti, arrivare in corteo al podere, nella piazza principale del paese, sul sagrato della chiesa o ad un incrocio, con in testa il “Vecchio del Bruscello”, che portava l’arboscello, seguito dai musicisti. I bruscellanti, disponendosi in semicerchio, cantavano in coro e da soli secondo l’argomento. Dopo aver fatto divertire tutti i convenuti con sberleffi e battute, o averli commossi con storie tragiche, all’ombra dell’arboscello che drizzavano al centro, la compagnia si trasferiva in un'altra sede con allegria e spensieratezza. Le storie che venivano interpretate nel Bruscello erano molto sentite dagli spettatori, che prendevano parte alla recita imparando a memoria le frasi recitate dai bizzarri attori, schierandosi a favore di un personaggio o di un altro, favorendo di solito chi aveva subito il torto o l’ingiustizia dall’arrogante e potente signore. Questo sistema di “fare il Bruscello” è durato fino alla fine degli anni ’50, quando la Valdichiana è rimasta orfana delle grandi famiglie e dei molti abitanti che affollavano i poderi, dopodiché le tradizioni popolari sono scomparse o hanno dovuto trasferirsi dentro le mura cittadine. Ciò vale solo in parte per il Bruscello poliziano, che è sopravvissuto allo spopolamento delle campagne per aver compiuto una fondamentale operazione di avanguardia, trasferendosi in Piazza Grande nel 1939 iniziando ad evolversi e quindi continuando a vivere al di là della scomparsa della tradizione; giungendo fino a noi mutato sì nella scenografia, nei costumi, per la presenza delle luci, etc., ciò fu necessario per andare incontro alle necessità di un pubblico più vasto ed esigente, diventando così spettacolo a volte epico, a volte drammatico, a volte farsesco, con episodi creati dalla fantasia popolare o realmente accaduti, attinenti alla storia o alla letteratura, ma rimanendo comunque legato alla sostanza dei temi che da sempre hanno alimentato la fantasia popolare e che rimangono il vero amalgama della continuità della tradizione popolare. Con il tempo, soprattutto per opera di don Marcello, i testi si sono arricchiti di nuove storie e avvenimenti, accompagnati dalla stessa musica costruita su motivi tradizionali, una sorta di cantilena presente in tutte le rappresentazioni popolari della Toscana e plasmabile sulle varie interpretazioni a secondo dell’inflessione della voce, modulata ad arte dal cantastorie, dallo storico e dagli attori a buon bisogno. Il sopra citato “Vecchio del Bruscello”, che era il personaggio di spessore della compagnia, portava l’arboscello e introduceva la storia dando inizio alla rappresentazione, con il tempo è stato sostituito dal “cantastorie” e dallo “storico” che sono divenuti i personaggi su cui ruota tutta la compagnia degli attori e delle comparse. Il più famoso cantastorie del Bruscello Poliziano è stato Arnaldo Crociani, conosciuto con il soprannome di “osso”, un personaggio che ha segnato in modo indelebile la storia del Bruscello, così come lo storico Alfiero Tarquini, che ha sostituito il babbo Angiolino detto “fagiolino”, presente fin dalla prima edizione. “Un ricordo particolare va ad un grande personaggio che la Compagnia del Bruscello incontrò arrivando nella piazza principale della città: Fausto Romani, meglio conosciuto come “Mence”, un baritono dallo splendido timbro vocale che per lungo tempo è stato il protagonista maschile di tutti i Bruscelli, realizzando anche le scenografie di molti allestimenti” (cit. Mario Morganti). La famiglia Romani, dopo il Mence, è rimasta legata in modo costante al Bruscello con suo nipote Franco, il “pipas”, oggi regista, scenografo e dirigente della Compagnia. Franco è stato presidente dell’Istituto Comunale di Musica e del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, fondatore e direttore artistico dell’Arteatro Gruppo è l’ideatore del premio poliziano alla cultura “Sganarello d’oro” ed è autore di diversi spettacoli per bambini oltre che del Bruscello del 1998, “Del Pecora”. Da segnalare Sant’Agnese la Santa di Montepulciano, messo in scena per onorare il settimo centenario della morte dell’amata Santa Poliziana. Franco Romani ha diretto l'ennesima rappresentazione popolare sotto forma di Bruscello, che ha visto alla regia Marco Mosconi, al debutto in questa veste. Sono sicuro che alla fine dello spettacolo, il cantastorie congederà il pubblico, come fa da sempre con la celebre strofa: “Buonanotte, voi giù che ascoltate, per quest’anno il Bruscello è finito. Grazie a tutti, signori, e scusate, se un po’ tardi vi mando a dormir. Ecco termina il dramma ed il canto, che avrà fatto gioir più d'un cuore; forse è troppa la gioia, poco il pianto ma è la vita ch'è fatta così!”. Così dicendo, farà calare il sipario sull’ultimo spettacolo andato in scena, dando spazio ai Bruscelli futuri, nel segno della continuità e della storia della tradizione popolare legata alla nostra terra e alla nostra civiltà.

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