Google+ Giuliano Lenni Weblog: Carnevale poliziano

Giuliano Lenni è nato e vive a Montepulciano con la moglie Carla e la figlia Agnese
Ragioniere, ex Ufficiale dell'Aeronautica Militare e Cavaliere della Repubblica
si occupa di attività imprenditoriali e culturali e di scrittura

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Carnevale poliziano

La parola carnevale deriva dal volgare e significa letteralmente "carne levare", riguardo al fatto che con il carnevale si indicano i festeggiamenti che precedono l'inizio della Quaresima, dopo i quali è vietato mangiare carne. Il primo giorno di Carnevale, fissato tenendo conto delle regole ecclesiastiche, può essere il 1° o il 17 gennaio oppure il 2 febbraio (festa della Candelora) e si protrae fino al mercoledì delle Ceneri. Come la maggior parte delle feste popolari anche il carnevale è di origine contadina, e risale ai riti tradizionali della stagione invernale quando alla metà di febbraio moriva l'inverno e si avvicinava la primavera. L'esplosione di gioia e l'uso della maschera, la quale rendeva l’uomo simile agli altri animali, avevano la funzione da un lato di allontanare gli spiriti malefici e dall’altro di propiziare buoni raccolti e abbondanza. Gli antichi romani si abbandonavano a festeggiamenti, che richiamano il carnevale odierno, durante i "Saturnali", feste dedicate appunto al dio Saturno che iniziavano il 17 dicembre e si protraevano per sette giorni con festeggiamenti di vario genere, durante i quali tutto era consentito, in particolare lo scambio dei ruoli; pare addirittura che gli schiavi venissero serviti dai padroni, potendosi concedere anche qualche libertà! In Italia il carnevale è stato sontuosamente celebrato per secoli, anche se negli ultimi tempi ha perso il proprio smalto, soppiantato da feste di maggiore risonanza importate dalla sempre più presente america. Tuttavia ancora oggi sono visibili alcuni tratti di questa antica festa popolare, soprattutto nella lussuosa festa mascherata di Venezia o nel toscano carnevale viareggino. Al Carnevale sono legate alcune maschere tipiche, che ricalcano e prendono in giro vizi e difetti degli abitanti delle varie regioni. Tra le più famose ricordiamo Pulcinella, maschera napoletana per eccellenza, con le gobbe sotto alla veste bianca ed una mascherina nera con un prospiciente naso adunco; Pulcinella è un contadino poverissimo, che non avendo voglia di lavorare, impiega tempo ed energie per trovare in modo ingegnoso la possibilità di mangiare. Arlecchino, veneziano vestito con un tipico costume a rombi multicolori, è servo loquace e apparentemente sciocco, ma in realtà è furbo e malandrino! Un altro famoso veneziano è Pantalone, vecchio mercante tedioso ed avaro, che non disdegna le avventure galanti; oppure il dotto Balanzone, rappresentante della caricatura tipica bolognese, saccente e pettegolo. Inoltre, ogni regione vanta ricette gastronomiche particolari e secolari, ma è soprattutto nel “dolce” che si nota una singolare voglia di evasione e di trasgressione; non a caso le ricette caratteristiche, seppur con varianti, vedono al primo posto i dolci fritti. Un proverbio recita che “fritta è buona anche l’aria”, ma è certamente lo zucchero caramellato e dorato dall’olio ad alta temperatura a trasformare anche il più semplice impasto in qualcosa di irresistibilmente stuzzicante e profumato. Restringendo il campo a Montepulciano mi sono ritrovato a ripensare ad alcuni tratti caratteristici del nostro carnevale, oggi anch’esso non più seguito come una volta, cui verso la fine degli anni settanta ho assistito, con maschere, carri allegorici e sfilate fino a piazza grande dove con un grande falò si bruciava “il fantoccio” imbottito con festosi petardi scoppiettanti, come i nostri avi lo fecero molti secoli prima di noi. Ricordo che era una bella usanza festeggiare per le strade della crocetta e del centro storico con “schiumate” e botte da orbi con i manganelli di plastica che ad ogni colpo fischiavano in modo grottesco. E poi coriandoli, stelle filanti e bombolette puzzolenti che ci divertivamo a schiacciare vicino alle poche botteghe e ai folti gruppetti di persone che affollavano il centro storico. La domenica di carnevale terminava con canti e danze al teatro poliziano nel mitico “veglioncino dei bambini” al quale prendevano parte tutti i giovinetti della zona doverosamente accompagnati da genitori annoiati e stanchi. Ma la mia curiosità mi ha spinto oltre il mio tempo e sono andato a farmi raccontare dagli anziani, i quali mi hanno sonoramente rimproverato di voler mettere in difficoltà la loro memoria, di come si svolgeva il carnevale ai loro tempi. Sono venuti alla luce alcuni aspetti che mi hanno sorpreso e dei quali, probabilmente, anche molti dei lettori non sono a conoscenza. Per esempio i grossi carri venivano prima costruiti nella falegnameria di San Girolamo, per poi essere assemblati in piazza grande. Verso i primi del novecento le allegre carrozze venivano trainate da buoi e, successivamente, direttamente montati su vecchie “jeep willis” di guerresca memoria o su trattori prestati dai contadini, che pareva quasi che gli enormi carrozzoni allegorici si muovessero di energia propria. Alcuni poliziani ricordano addirittura che molti carriaggi a malapena passavano sotto alle maestose porte di Montepulciano e su per il centro storico date le considerevoli dimensioni. Il corteo era composto anche dalla banda musicale, dalle majorettes, da saltimbanchi, giocolieri e da vari personaggi mascherati con grande ironia, con il mattacchione di turno che seduto a cavalcioni su una botte di vino trasportata su di un carretto fingeva di cibarsi, da un vaso da notte, di una sostanza rivoltante che poi risultava essere semplice cioccolato! I giovani dell’epoca si divertivano a distribuire farina dalle pompe del ramato o a sbattere addosso ai malcapitati robuste aringhe intrise di farina che venivano acquistate all’uopo dai buontemponi. Di grande ilarità risultava essere la lettura del testamento da parte di un grande personaggio del bruscello, il Mence, che in piazze delle erbe, introdotto dalla canzoncina della compagnia dei becchi “il carnevale è morto chi lo sotterrerà, la compagnia dei becchi farà la carità”, si prendeva gioco delle persone che durante l’anno erano state protagoniste di eventi ridicoli e simpatici. Il gioco risultava buffo per chi ascoltava divertito, ma anche imbarazzante per gli ignari protagonisti delle beffe; ma d’altronde si sa: “a carnevale ogni scherzo vale”. Il tempo di carnevale era insomma una grande festa che culminava in grandi abbuffate di crogetti di varie dimensioni, annaffiati con il buon vinsanto che da sempre accompagna i caratteristici dolci. Questa tradizionale festa popolare ha molte sfaccettature ed è per questo che è arrivata fino a noi attraversando decine di secoli, ogni volta rinnovandosi e rigenerandosi a secondo della situazione storico - politica del momento ed integrandosi perfettamente negli usi e costumi in cui di anno in anno si è imbattuta. Dunque, a Montepulciano come in altri luoghi, dobbiamo adoperarci affinché il ventunesimo secolo non venga ricordato come il definitivo declino di una antica tradizione che ha dato gioia, divertimento e speranza di un futuro migliore ad intere generazioni di uomini e donne, ma come un secolo di rinnovato spirito nei confronti del carnevale, in modo che il fantoccio che lo simboleggia continui a bruciare con i consueti crepitii che per secoli ci hanno rallegrato.